Progetto: l’archivio online

Dall’archivio dell’Aned alla banca dati online

[…] Lui sapeva quello che ignorava la folla e che si può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decine di anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine, nelle valige, nei fazzoletti, e nelle cartacce e che forse verrebbe giorno in cui, sventura e insegnamento degli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi sorci per mandarli a morire in una città felice.

(da La peste di Albert Camus)

Come è d’uso, in primo luogo vorrei denunciare i criteri che ho utilizzato in questo lavoro che oggi presento e che mi ha portato a compilare una banca dati che raccoglie la maggior parte (presumo) dei nomi dei deportati politici bresciani nei vari campi di concentramento, e non solo, aperti in territorio metropolitano tedesco ed in quelli occupati dal Terzo Reich. Ho in primo luogo dovuto fare i conti con un impegno, direi, istituzionale, nel senso che per il progetto che ora vede la luce, ricevetti più di tre anni fa un mandato dall’Associazione degli ex deportati politici (ANED), sezione “Andrea Trebeschi” di Brescia, dall’allora presidente Gelati. Dopo aver compiuto il riordino del fondo archivistico compendiato poi nell’Inventario, sono passato a consultare i vari documenti lì depositati soprattutto dai primi anni Ottanta del secolo scorso, quando divenne urgente approntare una loro raccolta ad nomen in quanto necessari per ottenere il riconoscimento ministeriale dei vitalizi per gli ex prigionieri politici sopravvissuti o ai familiari dei deceduti.1

Precedentemente al riordino, non esisteva un vero e proprio “Archivio ANED”, ma una serie di fascicoli costituiti per sedimentazione spontanea o per necessità occasionali legate alla gestione ordinaria dell’attività del sodalizio: erano composti da elenchi dei soci e dei loro familiari, dalla corrispondenza in entrata ed uscita soprattutto con l’ANED nazionale, una parte contabile (bilanci, fatture, rendicontazione spese), oltre che domande per ottenere l’indennizzo (Legge 404 del 6.2.1963) o il vitalizio (Legge 791 del 18.11.1980 in G.U. n. 329 del 1°.12.1980). Infine una miscellanea di volantini e ritagli di stampa.

In questo primo lavoro di valutazione critica dei vari fascicoli ed in particolare degli elenchi di nomi sia di coloro che erano al tempo sopravvissuti che dei parenti dei deceduti durante il periodo di prigionia, ho notato come i responsabili dell’ANED bresciana avessero usato criteri ampi per definire gli aventi diritto di propria competenza territoriale: in primo luogo, ovviamente, cittadini/e bresciani/e, intendendo con tale qualificazione uomini e donne nati in questa provincia e da qui deportati; inoltre persone nate altrove ma quivi residenti e catturate dalle autorità di polizia fasciste o/e tedesche, quindi coloro che, seppur qui nati/e, per varie ragioni, emigrarono in altre provincie o Stati (Francia), subendo la medesima sorte. Ma di non solo questi si tratta: la platea dei richiedenti riguardava altre due categorie: gli ex deportati/e che solo dopo la guerra decisero di prendere la propria residenza nel bresciano, e quelli che – ma si tratta di pochi casi – furono presi in carico dall’allora presidente di turno dell’Associazione, presumibilmente per ragioni amicali o per aver condiviso la stessa esperienza concentrazionaria.

Partendo da questo dato oggettivo, nel costruirmi uno schema mentale sulla possibile banca dati, mi è sembrato opportuno mantenere come criterio di fondo tale “spettro ampio” dei nominativi da inserire, forse poco ortodosso, ma più rispondente alla volontà o comunque alla prassi dell’ANED locale. Quindi lì si troverà tutti i nomi di coloro per i quali ho raccolto sufficiente documentazione primaria o/e secondaria che dia ragione sufficiente dell’esperienza nei vari Konzentrationslager (KL) e nei distaccamenti dipendenti dagli stessi (Aussenlager o anche Aussenkommando). Altra la vicenda dei militari italiani (Italienische Militär-Internierten-IMI) catturati sui vari fronti dai tedeschi, o nelle caserme dei Corpi d’appartenenza, dopo l’8 settembre 1943 e tradotti soprattutto in Germania come internati negli Stalag od Oflag (campi di prigionia per soldati e sottufficiali, o per ufficiali).2 A questi ho affiancato i Kriegsgefangener (prigionieri di guerra), sempre militari, catturati nei vari scenari del conflitto bellico. Nell’un caso e nell’altro, alcuni di loro – non pochi, – dopo l’esperienza dell’internamento, furono deportati in un Konzentrationslager e classificati come Schutz (Schutzhäftling), ovvero “prigionieri sottoposti a custodia cautelare”, o/e come Pol (Politisch), deportati politici. E questo perché gli atti da loro compiuti (come la disobbedienza, un presunto atto di sabotaggio, un’infrazione ad un regolamento, ecc.) venivano assimilati dalle autorità tedesche e sanzionati dal loro arbitrario giudizio, come comportamenti ostili al Terzo Reich: un vero e proprio “delitto politico” da punire col trasferimento in un KL od in un suo sottocampo.

La documentazione raccolta nell’Archivio dell’ANED, ci rimanda quindi i profili umani di persone, tutte con la propria storia di prigionia, portatori di vissuti solo superficialmente omologabili, ma in realtà diversificati, perché tali si presentarono a loro le possibilità, le condizioni, i percorsi, e quindi i loro destini. Infatti, la qualifica di “deportato/a”, ovvero di “persona trasferita dall’Italia nel Terzo Reich avendo come destinazione il sistema concentrazionario nazista vero e proprio [campi di concentramento e di sterminio, nda], dipendente dalla struttura SS”,3 designa una pluralità di contesti e di storie personali, li “riempie” di realtà che vanno colte, nel limite del possibile, nella loro irriducibile unicità e particolarità. Si può dire che la loro apparente omogeneità, nasconda una varietà e diversità di motivi personali, condizioni psicologiche, convinzioni etiche, morali e politiche, oltre che circostanze che ne hanno determinato i destini all’interno di questa esperienza liminare mai risolta una volta per tutte (oblio) sul piano della rimemorazione, ma piuttosto “incessantemente riprodotta”4 anche se, in moltissimi casi, in forma interiore, quindi silente (“memoria muta” l’ha definita David Rousset),5 forse perché l’autocoscienza dell’esperienza vissuta dai soggetti interessati, non è stata sufficiente ad attivarli come dei veri e propri “canali di memoria storica”, o perché si sono sentiti aggrediti dall’esterno da atteggiamenti di indifferenza o incredulità,6 soprattutto quando ne è conseguito un mancato riconoscimento pubblico7 e/o sociale,8 ma spesso anche famigliare o amicale;9 il peso psicologico del silenzio altrui conduce le vittime ad una inconsapevole autosvalutazione.10 O anche, per mancanza di una lingua adeguata per comunicare la propria esperienza, la densità di un passato acutamente fragile, di una verità che col passare inesorabile del tempo perde la sua cangiante rotondità per diventare pallida, imprecisa, baluginante, brillante ed opaca nello stesso tempo. Nel “teatro della memoria”, i ricordi diventano spesso personaggi pirandelliani.11

[…] Perché raccontare quelle cose lì non è facile, neanche spiegare realmente quello che abbiamo provato. Praticamente non si è capìta bene la situazione, per uno che ha fatto quella strada lì i ragionamenti sono un po’ diversi da quelli degli altri […]. Adesso ormai non mi domanda niente nessuno e io non dico niente perché non serve a nulla!” (A. Ferretti)12

[…] Tornato a casa, non volli per molto tempo parlare di quello che avevo passato, anche perché sembrava che non interessava nessuno” (E. Reboldi)13

[…] Arrivata a Cevo, non pretendevo certo di trovare la banda comunale ad accogliermi, ma neppure di trovarmi di fronte a ostilità, all’emarginazione. Di quale peccato tanto grande mi ero macchiata da indurre i cevesi a erigere un muro isolandomi? Così, oltre alle sofferenze morali, alle torture fisiche, avevo anche le beffe!” (E. Comincioli)14

Ma forse, in tale atteggiamento, va cercata una ragione in più: quando ogni spazio per esercitare il libero arbitrio è annullato da un sistema criminale e totalitario, quando l’obiettivo quotidiano è quello di arrivare al giorno dopo e darsi da fare, in mille maniere, per preservare piccoli benefici o creare quelle condizioni materiali che possono rappresentare uno spartiacque tra la possibilità di sopravvivere e la certezza di morire, spinti da tale volontà/necessità, ciò che non fa parte dei principi di un’etica individuale o di una coscienza morale,15 all’interno di un campo dove regnano leggi non scritte, dove sono stati rovesciati gli assiomi della morale convenzionale, dove la quotidianità è fatta di umiliazioni, brutalità, paure, sospetti, delazioni, violenze esercitate in mille modi e forme non solo tra vittime e carnefici ma tra le stesse vittime, dove la carità può diventare suicidio ed il crimine viatico di sopravvivenza perché si è perduta la distinzione tra il bene ed il male, può invece accadere che si annichiliscano sensibilità e buon senso, sollecitando aggressività, in sostanza spegnando l’umanità della persona o deviandola. E ciò mette in luce non tanto la debolezza dell’umano quanto la spietatezza del sistema a cui si è sottomessi.

[…] Quando la sopravvivenza di un uomo è legata proprio a quella fetta sottile di pane nero, quando la sua vita è legata a quel filo nerognolo di pane umido, rubare quel pezzo di pane nero significa spingere verso la morte un compagno. Rubare quel pezzo di pane significa scegliere a morte di un altro per assicurare la propria vita, per renderla più probabile, almeno. […] Ho visto gente che impallidiva e crollava constatando il furto del proprio pezzo di pane. E non era solo un torto che si faceva a loro, direttamente. Era un torto irreparabile che si faceva a tutti noi. Perché il sospetto si accampava, e la diffidenza, e l’odio. Chiunque poteva aver rubato quel pezzo di pane, eravamo tutti colpevoli. Ogni furto di pane faceva di ognuno di noi un ladro di pane in potenza. Nei campi, l’uomo diventa l’animale capace di rubare il pane di un compagno, di spingerlo verso la morte. Ma nei campi l’uomo diventa anche l’essere invincibile capace di dividere l’ultima cicca, l’ultimo pezzo di pane, l’ultimo respiro, per aiutare i compagni […]. Veramente , non c’era bisogno dei campi per sapere che l’uomo è l’essere capace delle cose migliori e delle peggiori”.16

Piccole prevaricazioni, omissioni, momentanei quanto minuscoli poteri esercitati sul compagno con cui si condivideva il giaciglio, così come ogni azione che in un contesto di normalità ed in base al codice di condotta fatto proprio dagli uomini liberi, a valori tradizionali essenziali consolidati (etici, morali, sociali come il rispetto dell’altro, la tolleranza ecc.) sarebbe sanzionata a partire dagli stessi soggetti che compiono tale azione, nell’universo concentrazionario quegli stessi valori e principi vengono sottoposti ad inumane tensioni sino a spezzarsi e a rivelare l’Altro oscuro, non nominabile, che è in ognuno/a. Per cui, nel silenzio di alcuni sopravvissuti si possono individuare pudore, riserbo, ritegno, oltre che amarezza e delusione. Ma ci può essere anche questo traumatico senso di colpa,17 di perdita della stima in se stessi per non essere stati capaci di empatia col compagno di sventura, di non essere rimasti sufficientemente “innocenti”, di non aver saputo resistere, di aver assistito passivamente a piccoli soprusi, a umiliazioni, a violenze rimanendo inermi, ori passivi.18 Da qui l’impossibilità di far rivivere uscendo della propria prigione mentale con la parola, non solo ciò che si è visto e patito, ma anche e soprattutto ciò che si è fatto o non si è fatto, che si è omesso e che, riconquistata la normalità, può essere diventato per davvero indicibile perché in contrasto con una coscienza morale riconquistata alla quotidianità, sino al punto da aver portato il testimone a rinchiudersi nella zona buia di lancinante mutismo che nasconde un’angoscia sorda. Sta di fatto che per molti/e dei sopravvissuti/e, la loro drammatica esperienza non avrà seguito nel proseguo dello loro “giornata umana”, quasi che il riemergersi in un progressivo stato di normalità opulenta abbia comportato l’anestetizzarsi dei sentimenti e della ragione critica.

[…] parlarne mi fa male perché sono ricordi che già ho dentro, infissi come un chiodo arrugginito nella piaga, e che non posso cancellare, anche se volessi non ci riesco più perché c’è il mio corpo a ricordarmelo, che porta tutti i segni delle torture, delle umiliazioni e dei maltrattamenti subiti…E poi, non voglio rischiare altre umiliazioni, perché sono certa che se dovessi descrivere ogni particolare di quello che ho subito, o quello che accadeva nelle carceri fasciste italiane e nei lager di Germania, non mi crederebbe nessuno, perché neppure la fantasia di satana arriverebbe fin dove arrivavano gli esperimenti delle SS sui corpi e sulle menti dei prigionieri” (E. Comincioli)19

Le schede biografiche sono state stese, quindi, intrecciando le informazioni offerte da documenti di istituzioni internazionali, come la Croce Rossa, e più specificatamente l’International Tracing Service (ITS) di Bad Arolsen, ex campo satellite di Buchenwald, divenuto nel secondo dopoguerra prestigioso archivio in cui sono stati depositati ed ordinati migliaia di documenti prodotti dal sistema nazista di gestione dell’universo concentrazionario20 e salvati dalla distruzione delle SS al termine della guerra, con le domande stese per ottenere il riconoscimento dei vitalizi. A questo proposito, va detto che in alcuni casi mi sono trovato al cospetto versioni parzialmente discordanti nelle ricostruzione del percorso deportativo (date, KL ecc.), soprattutto quando il soggetto interessato aveva compilato, in anni diversi, più domande, non avendo presumibilmente ottenuto riscontri positivi alle richieste precedentemente inoltrate. Sappiamo che il degrado della memoria, la sua rielaborazione, l’ascolto o la lettura di altre esperienze, tendono irreparabilmente a corrompere il ricordo e a inquinarlo con elementi estranei alla propria esperienza. In questi casi, nella compilazione dei moduli, è apparso evidente, a circa quarant’anni dai fatti, il tentativo di un riordino memoriale tendente essenzialmente a precisare date e luoghi, a far riaffiorare gli anelli della “catena della sofferenza”21 iniziata con una cattura o l’arresto, proseguita col carcere, alle volte gli interrogatori e le sevizie, per concludersi col trasporto ferroviario e l’arrivo nel lager di destinazione, quasi sempre il primo di altri.

Alla sopraccitata documentazione, sono state quindi aggiunte le informazioni contenute nei fogli matricolari preservati nell’Archivio di Stato di Brescia, quelle deducibili dal Registro matricola del carcere cittadino, i dati anagrafici comunicati dagli Uffici demografici dei vari Comuni interpellati, le ulteriori notizie acquisite dai fondi dell’Archivio storico della Resistenza bresciana (Fondo Morelli), da quello dell’ANPI, e dai tabulati compilati da Italo Tibaldi, fonte imprescindibile per qualsiasi ricercatore. Tutto ciò è stato accompagnato dalle consultazione delle fonti a stampa, in modo particolare i tre Tomi curati da B. Mantelli-N. Tranfaglia (Il libro dei deportati), quello di I. Tibaldi (Compagni di viaggio. Dall’Italia ai Lager nazisti. I “trasporti” dei deportati 1943-1945), di D. Venegoni, (Uomini, donne e bambini nel lager di Bolzano), e di V. Morelli (I deportati italiani nei campi di sterminio 1943-1945). A queste pubblicazioni, vanno aggiunte quelle editate a livello locale e riguardanti le vicende della Resistenza bresciana, ma non solo. Per completare questo paragrafo, va anche rilevata la scarsissima memorialistica – a mia conoscenza – prodotta dagli ex deportati politici bresciani. Se escludiamo il volumetto di Alfredo Zanardelli (Taccuino del lager KZ. Testimonianze), che fu per alcuni anni presidente del sodalizio locale, e pubblicato nel 1987 (il dattiloscritto è conservato nell’Archivio dell’ANED), non si ha conoscenza di altri lavori similari, se non la testimonianza autobiografica di Enrichetta Comincioli (Ravensbrück e ritorno) editata nel 2005. Vanno comunque menzionate le memorie di due ex deportati, Luigi Modonesi e Isidoro Piozzini, pubblicate da M. Piras nel 2000 (Le radici del nostro presente), e le testimonianze raccolte in altri libri: da quello curato da L. Pasquini e B. Pasini nel 2007 (Il mio amico non vuole ricordare), in cui compaiono le interviste a nove sopravvissuti, tra politici, prigionieri di guerra e lavoratori coatti,22 al volume curato da B. Franceschini (Dalle storie alla Storia), edito sempre nel 1987, in cui sono state pubblicate le testimonianze di Giacomina Rinaldini e Letizia Pedretti, oltre che di Rosetta Nulli ed Erminia Cuhar, presenti, queste ultime due, seppur in altra versione, nel già citato Il mio amico non vuole ricordare. A ciò vanno aggiunti un dattiloscritto di Francesco Guerini (ma pubblicato dal Gruppo Culturale Don Butturini di Marone col titolo Francesco Guerini: il partigiano <<Pacio>> nel 2001); una memoria di padre Carlo Manziana (Carità e umanità nei Lager della crudeltà, edita nel volume collettaneo del 1992 La deportazione nei campi di sterminio nazisti); alcuni fogli dattiloscritti (in fotocopia) di una memoria di Luigi (Gino) Girardi, così come di Biagio Milanesi (in due versioni), e di Luigi Modonesi (la fotocopia di una autobiografia). Tutta questa documentazione è conservata presso l’Archivio storico dell’ANED bresciano. Infine, e anch’esse qui raccolte, le schede formulate “a domanda aperta” – risalenti al 1984, – distribuite presumibilmente tra tutti i soci dell’ANED di Brescia (ora sono presenti parzialmente nella banca dati come “allegati” alle biografie di riferimento), e probabilmente ispirate da un’iniziativa dell’Associazione sul piano nazionale che promosse, due anni prima, una raccolta di storie di vita allo scopo di disporre di materiali al fine di dare modo di “raccontarsi” anche a chi non era uso alla memorialistica scritta. Ma il risultato, a livello locale, non fu particolarmente positivo: ne furono compilate in tutto 26,23 finalizzate, tra l’altro, ad una pubblicazione che non vide mai la luce.

In sostanza, nella totalità dei casi le biografie prese in considerazione, sono state sottoposte a tutte le verifiche possibili, mettendo mano alle fonti documentarie necessarie ad una narrazione sufficientemente probabile se non completamente veritiera in tutte le sue parti, accettando anche una parzialità derivante dal fatto che non è stato possibile recuperare altre fonti necessarie per esaminare di molti dei biografati i motivi reali o presunti della loro deportazione, scandagliando in profondità i passaggi della loro esperienza, anche se l’impegno della ricerca dovrebbe tendere a tale fine. Limiti che si potrà superare continuando questo lavoro di verifica e precisazione, acquisendo ulteriori informazioni. E questo perché, come ebbe a sostenere lo storico polacco A. J. Kamiński, per onorare le vittime non bastano generiche denunce, ma approntare indagini accurate […]. La mancanza di conoscenza facilita l’attività fuorviante dei negazionismi”.24

Roberto Cucchini


1 Essi venivano riconosciuti a favore dei perseguitati politici e razziali condotti in uno dei campi di concentramento o lavoro effettivamente classificati come campi, i cui nomi erano stati pubblicati nelle Gazzette ufficiali tedesche del 24 settembre 1977 e del 3 dicembre 1982. Le condizioni per i benefici da riconoscere agli ex deportati erano da identificarsi nella natura politica delle cause che determinarono la deportazione per ragioni di fede, ideologia o razza, nonché nella gestione della prigionia con criteri politici, in quanto affidata alla polizia politica (Gestapo o SS) che operava con modi particolarmente afflittivi.

2 I tedeschi disarmarono 1.007.000 uomini, riuscendo a trattenerne come prigionieri 810 mila. Di questi 7 mila caddero subito durante i trasporti (annegati o decimati) e 94 mila decisero invece di collaborare come combattenti o ausiliari volontari, affiancandosi ai 42 mila territoriali che erano rimasti coi tedeschi nei distretti, porti e servizi di ordine pubblico. I rimanenti 710 mila vennero internati come IMI in campi appositi (poco più di 600 mila), o in battaglioni di lavoratori obbligati (circa 100 mila IMI) al servizio della Luftwaffe o al seguito della Wehrmacht o della Todt, l’organizzazione del lavoro tedesca, o come minatori. Nei mesi successivi l’8 settembre 1943 si contarono 103 mila opzioni (42 mila combattenti e 60 mila ausiliari) che porteranno il totale dei collaboratori a circa 197 mila. Cfr. A. Bistareli, La storia del ritorno. I reduci italiani del secondo dopoguerra, Bollati Boringhieri, Torino 2007, pp. 38-9.

3 B. Mantelli, Deportazione dall’Italia (aspetti generali), in E. Collotti, R. Sandri, F. Sessi (a cura di), Dizionario della Resistenza, vol. I Storia e geografia della Liberazione, Einaudi, Torino 2000. Con tale termine si dovrebbe intendere un civile, arrestato in territorio italiano occupato dalle truppe germaniche, per ragioni politiche (o razziali, o religiose, o per punizione), anche semplicemente sospettato, deportato nei territori del Terzo Reich per misure di sicurezza “preventiva” e per reprimere il dissenso, con intento punitivo coniugato al lavoro coatto, rinchiuso in una struttura concentrazionaria propriamente definita, in condizioni di schiavitù e sottoposto ad una condizione disumana. Cfr. Almeno i nomi. Civili trentini deportati nel Terzo Reich. 1939-1945 (a cura della Presidenza del Consiglio della Provincia autonoma di Trento-Laboratorio di Storia di Rovereto), s.e., Trento 2013, p. 14.

4 E. J. Leed, Terra di nessuno. Esperienza pubblica e identità personale nella prima guerra mondiale, il Mulino, Bologna 1985, p. 48.

5 Cfr. D. Rousset, L’universo concentrazionario 1943-1945, Baldini & Castoldi, Milano 1997, p. 8.

6 Cfr. A. Bravo, D. Jalla (a cura di), La vita offesa. Storia e memoria dei Lager nazisti nei racconti di duecento sopravvissuti, Franco Angeli, Milano 1986.

7 Sul difficile riconoscimento pubblico dei reduci, vedi A. Bistareli, La storia del ritorno, op. cit.

8 In provincia di Brescia, nel febbraio 1946, c’erano 5.735 disoccupati facenti parte della categoria dei “reduci”, dei quali: 783 categorizzati come partigiani, 622 internati, 146 mutilati, 2.942 reduci dalla prigionia e 1.242 combattenti. Cfr. A. Bistareli, La storia del ritorno, op. cit, p. 245, n. 177.

9 Ha scritto Frankl: “[…] Quando un uomo torma a casa, dopo aver tanto sofferto, e deve constatare che la gente gli concede solo una scrollata di spalle o luoghi comuni, spesso l’amarezza lo sommerge. Egli si domanda allora a che scopo ha sopportato tanto”. V. E. Frankl, Uno psicologo nei lager, Edizioni Ares, Milano 1994, p. 150

10 Cfr. A. Zamperini, Psicologia dell’inerzia e della solidarietà, Einaudi, Torino 2001, p. 176

11 Scive B. Bettelheim che l’esperienza del sopravvissuto consta di due momenti distinti anche se strettamente collegati: il trauma iniziale derivante dall’esperienza disgregante per la personalità, che distrugge l’esistenza sociale del soggetto “deprivandolo di tutti i sistemi di supporto che aveva prima“ come la famiglia, gli amici, una posizione sociale nella comunità, per sottoporlo al terrore e alla degradazione subendo l’onnipresente minaccia della morte. Il secondo momento è rappresentato, invece, dagli effetti del trauma che durano per tutta la vita e che possono essere contenuti facendo scaturire da sé risorse interiori particolari. Cfr. B. Bettelhaim, Sopravvivere, Feltrinelli, Milano 1991, p. 36.

12 C. Susa (a cura), Angelo Ferretti. Ricordare con lo stomaco, in L. Pasquini-B. Pasini (a cura), Un amico non viole ricordare. Testimonianze di prigionieri bresciani nei lager nazisti, Grafo, Brescia 2007, p. 63.

13 M. Piras, Le radici del nostro futuro. Gussago 1943-1945: testimonianze e memorie, s.e., Gussago (BS) 2000, p. 109

14 E. Comincioli, Ravensbrück e ritorno, Boario Terme (BS), Tip. Lineagrafica, 2005, p. 44

15 Afferma B. Bettelhaim che “le condizioni esasperate del campo portavano alla superficie in forma spesso paradossale i valori su cui si fondava la vita di ciascuno., ben raramente li cambiavano. Anche se si era costretti a fare cose che normalmente non si sarebbero fatte, interiormente rimanevano le limitazioni imposte dai precedenti modelli di comportamento. Le persone amorali agivano nella maggior parte dei casi con la stessa amoralità di prima: le persone decenti, per quanto possibile, di mantenere la propria decenza”. B. Bettelhaim, Sopravvivere, cit., p. 221

16 J. Semprun, Il grande viaggio, Einaudi, Torino 1964, p. 57. “Nella disperata lotta per la vita, [molti deportati] non rifuggirono a violenze, furti e, in generale, a nessun mezzo disonesto; non ebbero paura neppure di derubare i compagni”. Vedi V. E. Frankl, Uno psicologo nei lager, cit., p. 29.

17 E. Wiesel afferma che il senso di colpa era un sentimento esclusivo delle vittime e non dei carnefici. Cfr. E. Wiesel, Tutti i fiumi vanno al mare, Memorie, Bompiani, Milano 1996, p. 110

18 Le persone si comportano altruisticamente in un certo contesto ed egoisticamente in un altro. Dipende dalla specifica situazione in cui si trovano di volta in volta ad agire. Tra gli stessi deportati, ci fu chi divenne a sua volta carnefice o complice, chi trasse vantaggi personali, ma ci fu anche chi divenne invece testimone e chi prestò soccorso opponendosi o resistendo agli ordini o disposizioni delle autorità. Cfr. A. Zamperini, Psicologia dell’inerzia e della solidarietà, Einaudi, Torino 2001, pp. 31, 36

19 E. Comincioli, Ravensbrück e ritorno, cit., p. 41

20 Il Comitato internazionale della Croce Rossa ha istituito a Bad Arolsen (Germania) l’International Tracing Service-ITS (Servizio Internazionale di Ricerche). Il centro dispone di documenti raccolti in 28 milioni di singole schede sui detenuti nei campi di concentramento dal 1933 al 1945, sui deportati ebrei, sui lavoratori stranieri che durante la guerra si trovavano in Germania.

21 A. J. Kamiński, I campi di concentramento dal 1896 a oggi, Bollati Boringhieri, Torino 1997, p. 199.

22 Cfr. A. Zanardelli, Taccuino della lager KZ. Testimonianza, Brescia, ANED, 1987;

M. Piras, le radici del nostro presente, cit., pp. 82-8, 62-4; L. Pasquini e B. Pasini, Un mio amico non vuole ricordare, cit.

23 Il progetto era quello, oltre che raccogliere la documentazione per dare luogo ad una ricerca storica sulla deportazione italiana, di poter archiviare in ogni Comune la storia trascritta del deportato locale in modo da rendere più efficaci le testimonianze legate a persone conosciute. Un primo lavoro pionieristico era stato compiuto già nel 1971 sotto forma di inchiesta Doxa fra i reduci dei campi, i cui risultati vennero raccolti nel volume Un mondo fuori dal mondo curato da Pier Paolo Luzzato Fegiz. Si trattava di 317 interviste sulla base di domande aperte.

24 A. J. Kamiński, I campi di concentramento dal 1896 a oggi, Bollati Boringhieri, Torino 1997.